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Pubblicato: venerdì 16.01.2026.
Ultimo aggiornamento: domenica 04.01.2026

Stabilità primaria impianti dentali: perché è decisiva per il successo e il carico immediato

stabilità primaria impianti dentali

Quando si parla di stabilità primaria degli impianti dentali, non si parla solo di numeri o parametri tecnici: si parla delle fondamenta del tuo futuro sorriso fisso. Se stai valutando un intervento implantare – magari con il desiderio di avere denti fissi subito grazie al carico immediato – è normale provare una miscela di speranza e paura: la voglia di liberarsi della protesi mobile, del disagio nel mangiare o nel sorridere, ma anche il timore che “non regga”, che qualcosa possa andare storto.

La stabilità primaria è proprio ciò che rende possibile trasformare questo desiderio in un progetto concreto: indica quanto l’impianto è fermo nell’osso appena inserito, se può affrontare in sicurezza il delicato periodo di osteointegrazione e se il tuo caso è adatto a un carico immediato oppure è più sicuro procedere con un carico differito, aspettando qualche mese prima di montare i denti definitivi. Non è un valore magico, ma il risultato di un equilibrio tra molti fattori: densità e volume dell’osso, design dell’impianto, tecnica chirurgica e tipo di protesi che andrà a caricarlo.

Insieme al dott. Giuseppe Genzano vedremo in modo chiaro che cos’è davvero la stabilità primaria, come si differenzia dalla stabilità secondaria, quali elementi la influenzano e con quali strumenti viene misurata (come torque, ISQ e integrale torque/profondità). Capirai anche in che modo questi parametri guidano la scelta tra carico immediato e carico differito, e perché una stabilità iniziale non perfetta non significa automaticamente fallimento. L’obiettivo è darti informazioni concrete, spiegate con parole semplici, per aiutarti a parlare con il tuo implantologo con maggiore serenità e capire se il percorso proposto è davvero quello più adatto alla tua situazione ossea e alle tue aspettative.

Cos’è la stabilità primaria di un impianto dentale

Quando parliamo di stabilità primaria ci riferiamo alla capacità dell’impianto di rimanere fermo, senza micromovimenti, subito dopo essere stato inserito nell’osso. È, in altre parole, il “blocco” meccanico iniziale che permette all’impianto di affrontare in sicurezza le prime settimane di guarigione.

Durante l’intervento, il chirurgo valuta questa stabilità misurando la forza necessaria per fissare l’impianto all’osso: più elevata è la resistenza, maggiore è la stabilità primaria. Questo valore guida molte decisioni cliniche, come la possibilità di ricorrere o meno al carico immediato.

La stabilità primaria dipende da diversi fattori che lavorano insieme:

  • dalla qualità dell’osso (densità e struttura trabecolare);
  • dal volume osseo disponibile (spessore e altezza della cresta);
  • dal design dell’impianto (filettatura, conicità, diametro e lunghezza);
  • dalla tecnica chirurgica utilizzata nella preparazione del sito implantare.

Questa fase è particolarmente delicata nei primi giorni e nelle prime settimane: l’osso che circonda l’impianto entra in un processo naturale di rimodellamento e, se i micromovimenti superano una certa soglia, il contatto diretto osso–impianto può essere compromesso.

Con il passare delle settimane avviene la cosiddetta osteointegrazione: l’osso inizia a crescere attorno all’impianto, lo ingloba progressivamente e crea un legame stabile e biologicamente attivo. Dopo circa 3–4 mesi, quando questa fase è completata, non si parla più di stabilità primaria, ma di stabilità secondaria, cioè del vero ancoraggio biologico che garantirà la durata dell’impianto nel tempo.

Una bassa stabilità primaria indica un probabile fallimento implantare?

Quando si parla di impianti dentali, è spontaneo pensare che una bassa stabilità primaria sia sinonimo di insuccesso. In realtà, la ricerca scientifica ci mostra un quadro più equilibrato. La stabilità primaria rappresenta l’ancoraggio meccanico dell’impianto nelle prime fasi, ma il vero successo a lungo termine dipende dall’osteointegrazione, cioè dal legame biologico che l’osso forma progressivamente attorno all’impianto.

Grazie a una corretta pianificazione, il chirurgo può prevedere in gran parte la qualità dell’osso. Tuttavia, non sempre ciò che si osserva durante l’intervento corrisponde esattamente a quanto programmato. In situazioni in cui l’osso non offre un supporto ottimale, è possibile intervenire scegliendo impianti con design specifici, modificando il protocollo chirurgico o puntando sulla stabilità secondaria, lasciando all’osso il tempo di maturare e consolidare l’impianto senza carichi eccessivi.

Uno studio pubblicato su Clinical Oral Implant Research ha analizzato impianti inseriti con stabilità primaria ridotta in 156 pazienti, per un totale di 169 impianti, monitorati nel tempo con follow-up variabili da poche settimane a oltre nove anni. Il risultato è sorprendente: solo sette impianti sono andati incontro a fallimento, con un tasso di sopravvivenza pari a circa il 94,7%. Le analisi statistiche (incluse le curve di Kaplan-Meier) hanno inoltre mostrato che le perdite si sono concentrate nei casi di chirurgia avanzata, mentre le procedure meno complesse non hanno registrato fallimenti.

Cosa significa tutto questo per il paziente? Che una bassa stabilità primaria non equivale automaticamente a “impianto perso”. Con superfici implantari moderne, protocolli prudenziali e corretta gestione del carico protesico, l’impianto può integrare con successo anche partendo da condizioni iniziali meno favorevoli. Il fattore decisivo è la capacità del clinico di riconoscere il contesto biologico, modulare i carichi e scegliere quando puntare sul carico immediato e quando, invece, privilegiare il carico differito.

Stabilità primaria e stabilità secondaria: due facce della stessa medaglia

Dopo l’inserimento dell’impianto, la stabilità non resta identica nel tempo. In modo semplificato possiamo distinguere:

  • Stabilità primaria: meccanica, immediata, legata alle caratteristiche dell’osso e dell’impianto.
  • Stabilità secondaria : biologica, che si sviluppa con l’osteointegrazione, quando l’osso neoformato ingloba progressivamente la superficie implantare.

Nei primi giorni dopo l’intervento la stabilità primaria tende fisiologicamente a ridursi, perché l’osso attorno all’impianto viene rimodellato; in parallelo, la stabilità secondaria aumenta via via che l’osso nuovo matura. Il successo a lungo termine dipende dal corretto “passaggio di consegne” tra queste due componenti.

Alcuni studi hanno mostrato che anche in caso di bassa stabilità primaria è possibile ottenere sopravvivenze implantari superiori al 94% se il protocollo chirurgico e protesico è adeguato e se il caso viene trattato in centri con esperienza in chirurgia avanzata. Questo significa che la stabilità primaria va interpretata, non “assolutizzata”.

Perché la stabilità primaria è così importante per il successo implantare

Dal punto di vista biologico, l’osteointegrazione richiede che l’interfaccia osso–impianto non sia sottoposta a micromovimenti eccessivi. La letteratura indica che uno spostamento superiore a circa 50–150 μm può favorire la formazione di tessuto fibroso invece di osso, aumentando il rischio di fallimento. Una buona stabilità primaria serve proprio a mantenere i micromovimenti al di sotto di questa soglia.

In più, la stabilità primaria:

  • condiziona la scelta del protocollo di carico (immediato, precoce o differito);
  • influenza la distribuzione dei carichi masticatori nei primi mesi;
  • aiuta a prevedere il tasso di sopravvivenza dell’impianto in situazioni complesse (osso atrofico, carichi elevati, parafunzioni).

Per i protocolli a carico immediato, molte ricerche suggeriscono come range tipico di sicurezza un torque d’inserzione fra 30 e 45 Ncm e valori ISQ almeno pari a 60–65. Va però sottolineato che questi valori non vanno letti in modo isolato: l’implantologo li integra con la valutazione clinica, radiologica e con l’esperienza personale.

Come si misura la stabilità primaria degli impianti dentali

In ambito clinico la stabilità primaria degli impianti dentali viene valutata con diversi strumenti, ciascuno con vantaggi e limiti.

Torque di inserzione (Insertion Torque, IT)

Il torque di inserzione è la coppia (in Ncm) registrata dal motore implantare mentre l’impianto viene avvitato nella sede ossea. Un valore più alto indica un ancoraggio più “rigido” dell’impianto nell’osso. Nella pratica:

  • torque ≥ 30–35 Ncm è spesso considerato adeguato per il carico immediato in molti protocolli;
  • torque molto bassi richiedono maggiore prudenza e talvolta l’adozione di carichi differiti.

Il limite del torque è che si tratta di una misura “puntuale” e dipende anche dall’attrito generato dalla preparazione del sito e dal design delle spire.

Analisi della frequenza di risonanza (RFA/ISQ)

La Resonance Frequency Analysis (RFA) misura la rigidità del complesso impianto–osso tramite una vibrazione indotta su uno specifico abutment; il risultato viene espresso come ISQ (Implant Stability Quotient) su una scala da 0 a 100.

  • Valori ISQ ≥ 60 sono generalmente associati a una stabilità primaria sufficiente per il carico;
  • ISQ ≥ 70 indicano spesso una stabilità molto elevata.

Il vantaggio dell’ISQ è che può essere misurato anche durante il follow-up, permettendo di monitorare l’evoluzione della stabilità nel tempo.

Integrale torque/profondità: la nuova frontiera

Negli ultimi anni è stato introdotto un concetto più raffinato: l’integrale della curva torque/profondità, cioè l’area sotto la curva che rappresenta l’energia necessaria per inserire l’impianto nel sito osseo.

Studi sperimentali e clinici hanno dimostrato che questo parametro:

  • correla con IT, ISQ, removal torque e percentuale di contatto osso–impianto (BIC);
  • è più sensibile alle variazioni di densità ossea rispetto al solo torque di picco;
  • è meno influenzato dall’operatore e più riproducibile;
  • permette anche di stimare lo stress meccanico sull’osso molto denso (D1), aiutando a prevenire microfratture e riassorbimenti marginali eccessivi.

Questo tipo di misurazione è disponibile su micromotori implantari dedicati e rappresenta una delle evoluzioni più interessanti per rendere la stabilità primaria predicibile.

Fattori che influenzano la stabilità primaria degli impianti

La stabilità primaria degli impianti dentali non dipende da un solo elemento, ma da un equilibrio di fattori anatomici, tecnici e protesici.

Qualità e quantità di osso

  • Densità ossea: ossa più dense (tipo D1–D2) offrono in genere un ancoraggio più solido, ma sono anche più a rischio di stress meccanico e riassorbimento marginale se il torque è eccessivo.
  • Volume osseo: spessore e altezza della cresta determinano se è possibile posizionare impianti di lunghezza e diametro adeguati, o se è necessario ricorrere a rigenerazione ossea.

Design dell’impianto

  • Impianti con macro–design conico e filettatura aggressiva tendono a migliorare la stabilità in ossa poco dense.
  • Diametro e lunghezza vanno calibrati sul volume disponibile e sulla distribuzione dei carichi.

Tecnica chirurgica

  • Preparazione del sito leggermente sottodimensionata in osso morbido può aumentare la stabilità primaria.
  • In osso molto denso, un’osteotomia più ampia e una corretta rimozione dei detriti possono ridurre lo stress e prevenire fratture corticali.

Rigenerazione ossea e innesti

In presenza di difetti o atrofie, la rigenerazione ossea (autologa o con biomateriali) può modificare la stabilità primaria. Alcuni studi hanno evidenziato:

  • stabilità primaria talvolta inferiore in osso rigenerato rispetto a osso nativo;
  • nessuna differenza significativa nella stabilità secondaria a 8–12 settimane, con risultati sovrapponibili in termini di integrazione finale.

Stabilità primaria e scelta del protocollo di carico

La stabilità primaria degli impianti dentali è uno dei parametri principali che guidano la decisione tra:

  • Carico immediato: applicazione di una protesi (spesso provvisoria) entro 24–48 ore.
  • Carico precoce: protesizzazione dopo alcune settimane.
  • Carico differito: attesa di 3–6 mesi per completare l’osteointegrazione prima del carico.

Per il carico immediato, molti protocolli clinici richiedono:

  • torque di inserzione intorno a 30–35 Ncm o più;
  • valori ISQ ≥ 60–65 come soglia minima;
  • assenza di parafunzioni non controllate (es. bruxismo severo);
  • distribuzione favorevole degli impianti e della futura protesi.

In presenza di densità ossea scarsa, torque bassi, impianti singoli in zone di carico elevato o condizioni sistemiche a rischio, il clinico può preferire un carico differito, dando il tempo necessario all’osso di consolidare l’osteointegrazione e riducendo il rischio di micromovimenti eccessivi.

Cosa succede se la stabilità primaria è bassa?

Una bassa stabilità primaria non significa automaticamente che l’impianto “fallirà”. I dati clinici mostrano che, anche quando la stabilità iniziale è ridotta, il tasso di sopravvivenza può rimanere superiore al 94% se:

  • si sceglie un protocollo di carico prudente (spesso differito);
  • si utilizzano impianti e connessioni protesiche di qualità;
  • si controllano attentamente i carichi durante i primi mesi (dieta morbida, nessun trauma funzionale);
  • il paziente segue scrupolosamente le indicazioni su igiene e controlli.

In alcuni casi la bassa stabilità può rappresentare un campanello d’allarme che induce a modificare la strategia (cambio tipo di impianto, rigenerazione, aumento del numero di fixture), ma non è di per sé un motivo per considerare “perso” l’intervento.

Come può il paziente favorire una buona stabilità degli impianti

Anche se la stabilità primaria impianti dentali è principalmente in mano al chirurgo e alla qualità ossea, il paziente può fare molto per proteggere il risultato:

  • Smettere di fumare (o ridurre drasticamente) prima e dopo l’intervento, perché il fumo ostacola la guarigione ossea.
  • Controllare patologie sistemiche come diabete e osteoporosi, in accordo con il medico curante.
  • Seguire le indicazioni post-operatorie su farmaci, dieta morbida e igiene orale.
  • Rispettare i controlli periodici e la manutenzione professionale dell’igiene implantare.

In più, scegliere un centro che utilizzi protocolli basati sulle evidenze e strumenti di misurazione oggettivi (torque, ISQ, micromotori dedicati) aiuta a rendere la prognosi più prevedibile.

Quando parlare di stabilità primaria con il proprio implantologo

Se stai valutando un trattamento con impianti dentali, soprattutto a carico immediato o in presenza di osso ridotto, è assolutamente legittimo chiedere al tuo implantologo:

  • come viene valutata la stabilità primaria nel tuo caso (solo esperienza clinica o anche misurazioni oggettive);
  • quale protocollo di carico protesico è previsto e perché;
  • quali sono i fattori che potrebbero ridurre la stabilità (qualità ossea, abitudini, eventuali patologie);
  • quali strategie sono adottate per tutelare l’osteointegrazione nei primi mesi.

Comprendere la stabilità primaria degli impianti dentali ti permette di leggere con maggiore consapevolezza il piano di cura, di valutare i tempi realistici per ottenere i denti fissi e di partecipare attivamente alle scelte terapeutiche. Un impianto ben pianificato non è solo una vite nell’osso: è un investimento a lungo termine sulla tua salute, sulla tua funzione masticatoria e sulla sicurezza con cui potrai tornare a sorridere.

A chi rivolgersi per mettere gli impianti a carico immediato quando c’è stabilità primaria

Il carico immediato — cioè la possibilità di avere denti fissi in tempi molto brevi — è una soluzione desiderata da molti pazienti. Tuttavia, è una procedura che richiede competenza, pianificazione accurata e, soprattutto, una condizione fondamentale: una buona stabilità primaria dell’impianto.

Quando questa condizione è presente, l’impianto può sostenere provvisoriamente la protesi mentre avviene l’osteointegrazione. Ma valutare se un caso è davvero idoneo non è mai una decisione “a occhio”: servono esperienza clinica, strumenti di misurazione e una visione globale della salute orale del paziente.

Alla Clinica Ireos Dental di Firenze, il dott. Giuseppe Genzano segue un protocollo preciso per i pazienti che desiderano il carico immediato: prima si analizzano la qualità e il volume dell’osso, poi si misura la stabilità primaria durante l’intervento e, solo quando tutti i parametri sono favorevoli, si procede con i denti fissi provvisori. L’obiettivo è offrire risultati rapidi, ma soprattutto sicuri e duraturi.

In questo percorso, ogni scelta è personalizzata: in alcuni casi il carico immediato è indicato e porta benefici immediati in termini di comfort e funzione; in altri, è più prudente attendere qualche settimana in modo da proteggere l’osteointegrazione e garantire il successo nel lungo periodo.

Affidarsi a un centro che lavora quotidianamente con impianti e carico immediato, come Ireos Dental, significa avere accanto un team che valuta ogni dettaglio — dalla stabilità primaria alla gestione protesica — e accompagna il paziente passo dopo passo, con controlli programmati e spiegazioni chiare.

Se stai valutando gli impianti a carico immediato e vuoi capire se il tuo caso è davvero adatto, una visita con il dott. Giuseppe Genzano presso la Clinica Ireos Dental può aiutarti a ottenere una risposta concreta, basata su dati oggettivi e su un piano di cura costruito su misura per te.

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Faq: Domande frequenti sulla stabilità primaria degli impianti dentali

Che cos'è esattamente la stabilità primaria?

La stabilità primaria è l’ancoraggio meccanico iniziale dell’impianto nell’osso subito dopo il suo inserimento. È la misura di quanto l’impianto sia “fermo” e privo di micromovimenti. È fondamentale perché fornisce la base necessaria affinché l’osso possa guarire e legarsi biologicamente alla vite (osteointegrazione).

Cosa succede se la stabilità primaria è bassa? L'impianto fallirà?

Non necessariamente. Una stabilità primaria bassa non significa che l’intervento sia fallito. Significa che il chirurgo dovrà adottare un approccio più prudente, ad esempio scegliendo il carico differito (aspettare 3-6 mesi prima di mettere i denti) invece del carico immediato. Studi clinici dimostrano che anche con stabilità iniziale ridotta, se gestiti correttamente, gli impianti hanno tassi di successo superiori al 94%.

Come si misura la stabilità durante l'intervento?

Esistono due metodi principali:

  • Torque di inserzione: misura la forza (in Newton centimetri, Ncm) necessaria per avvitare l’impianto.
  • Analisi ISQ (Quoziente di Stabilità Implantare): uno strumento elettronico che misura la stabilità tramite onde sonore (frequenza di risonanza). Un valore ISQ superiore a 60-65 è solitamente ideale per i denti fissi subito.

 

Qual è la differenza tra stabilità primaria e secondaria?

La stabilità primaria è meccanica (come una vite nel legno) ed è massima al momento dell’inserimento. La stabilità secondaria è biologica: si sviluppa nelle settimane successive grazie alla formazione di nuovo osso. Esiste un periodo critico tra la seconda e la quarta settimana in cui la stabilità meccanica cala e quella biologica sta ancora crescendo.

 

È sempre possibile avere i denti fissi in 24 ore (carico immediato)?

Il carico immediato è possibile solo se viene raggiunta un’ottima stabilità primaria (solitamente un torque > 35 Ncm). Se l’osso è troppo morbido o la stabilità non è sufficiente, il dentista consiglierà di attendere per non rischiare il rigetto dell’impianto.

 

Quali fattori del paziente influenzano la stabilità dell'osso?

La qualità dell’osso è influenzata da diversi fattori:

  • Fumo: riduce la vascolarizzazione e rallenta l’integrazione.
  • Diabete non controllato: può compromettere la guarigione ossea.
  • Osteoporosi: può rendere l’osso meno denso, richiedendo l’uso di impianti dal design specifico (conici o con spire profonde) per aumentare il “grip”.

Sentirò dolore se la stabilità viene misurata con questi strumenti?

No. Tutte le misurazioni avvengono mentre sei sotto anestesia (locale o sedazione cosciente). Gli strumenti come l’Osstell (per il valore ISQ) sono totalmente non invasivi e non comportano alcun fastidio né durante né dopo l’intervento.