Quando perdi uno o più denti, non cambia solo il modo in cui sorridi: cambia il modo in cui mangi, parli, ti guardi allo specchio. Molte persone descrivono una sensazione sottile ma costante di imbarazzo, come se qualcosa di importante fosse “mancante”. È proprio da questo punto che spesso nasce il desiderio di tornare ad avere denti fissi, sicuri, che permettano di vivere con più serenità la vita quotidiana.
In questo percorso, gli impianti corti rappresentano una possibilità concreta per chi ha poco osso a disposizione e teme di dover affrontare interventi troppo invasivi. Si tratta di impianti dentali di lunghezza ridotta, progettati per garantire stabilità e funzione anche in zone dove l’osso è limitato. Nelle mani giuste, possono evitare procedure più complesse come grandi innesti ossei o rialzi del seno mascellare, offrendo risultati affidabili e tempi di recupero più rapidi. Negli ultimi anni, la letteratura scientifica ha mostrato tassi di sopravvivenza molto simili a quelli degli impianti tradizionali, con percentuali che in molti studi superano il 95% nel medio-lungo periodo.
In questa guida — insieme al dott. Giuseppe Genzano — vedremo cosa sono davvero gli impianti corti, quando vengono consigliati, quali vantaggi e limiti presentano e quali risultati è realistico aspettarsi. L’obiettivo è semplice: aiutarti a capire se questa soluzione può essere adatta al tuo caso, darti strumenti per fare scelte consapevoli e accompagnarti, passo dopo passo, verso un sorriso più stabile e sicuro.
Cosa sono gli impianti corti
Con il termine impianti corti si indicano impianti dentali di lunghezza inferiore rispetto agli impianti “standard”. In letteratura vengono spesso considerati corti gli impianti con lunghezza ≤ 8 mm, e extra-corti quelli ≤ 6 mm o addirittura di 4 mm.
Dal punto di vista del materiale e della forma, un impianto corto è a tutti gli effetti un normale impianto osteointegrato: una vite in titanio (o in lega di titanio) biocompatibile, con una superficie trattata per favorire l’adesione delle cellule ossee. La differenza principale sta nelle proporzioni:
- lunghezza ridotta (spesso tra 4 e 6 mm);
- diametro generalmente maggiore, per aumentare la superficie di contatto con l’osso e distribuire meglio i carichi.
L’idea alla base è semplice: se in altezza l’osso è poco, si può compensare aumentando il diametro e sfruttando al massimo il volume disponibile, senza dover per forza ricostruire l’osso mancante.
Quando si usano gli impianti corti
Gli impianti dentali corti vengono proposti soprattutto quando esiste una ridotta altezza ossea, ma la qualità e lo spessore residui sono sufficienti a garantire un ancoraggio sicuro. Le situazioni più frequenti sono:
- riassorbimento dell’osso posteriore dopo anni di edentulia;
- vicinanza di strutture anatomiche delicate, come il seno mascellare nel mascellare superiore o il nervo alveolare inferiore in mandibola;
- pazienti che desiderano evitare interventi di innesto osseo complessi;
- casi in cui un impianto lungo è fallito e la zona ha subito ulteriore riassorbimento;
- riabilitazione di settori posteriori, dove l’estetica è meno critica rispetto alla funzione masticatoria.
In alcuni casi, gli impianti corti possono essere inseriti anche immediatamente dopo l’estrazione del dente (impianti post-estrattivi), se l’osso residuo è di buona qualità e non ci sono infezioni attive. Più spesso, però, si preferisce attendere qualche mese per permettere una prima guarigione dell’osso prima di posizionare e caricare l’impianto.
Impianti corti e alternative chirurgiche: cosa cambia per il paziente
Quando l’osso è poco, esistono due grandi strade:
- aumentare il volume osseo con innesti ossei, rialzo del seno mascellare, trasposizione del nervo, ecc.;
- oppure utilizzare impianti corti sfruttando al massimo l’osso residuo.
Le tecniche di rigenerazione ossea sono molto utili e, se eseguite correttamente, danno risultati eccellenti. Tuttavia, comportano:
- interventi più lunghi e complessi;
- maggiore invasività e decorso post-operatorio più impegnativo;
- un rischio più elevato di complicanze (infezioni, esposizioni di membrana, riassorbimenti, ecc.);
- un aumento dei tempi complessivi prima di poter montare i denti definitivi.
Gli impianti corti, al contrario, permettono spesso di:
- ridurre la quantità di osso da rimuovere;
- evitare grandi innesti o procedure di spostamento del nervo;
- ridurre i tempi chirurgici e di guarigione;
- mantenere un approccio meno traumatico nelle aree atrofiche.
Non sempre sono la scelta giusta, ma in molti casi rappresentano un’ottima alternativa per pazienti che desiderano una procedura più semplice e con minori rischi chirurgici.
Quanto durano gli impianti corti? Dati su successo e sopravvivenza
Negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi studi su impianti corti e impianti extra-corti (≤ 6 mm). I risultati, nel complesso, sono molto incoraggianti.
Alcune meta-analisi e revisioni sistematiche mostrano che:
- i tassi di sopravvivenza degli impianti corti (≤ 6 mm) variano in genere tra l’87% e il 100% nei follow-up da 1 a 10 anni;
- la sopravvivenza media è intorno al 95–96%, mentre per gli impianti lunghi si colloca intorno al 97–98%;
- nei primi 1–3 anni di carico, le differenze tra impianti corti e lunghi sono spesso minime o non significative, soprattutto quando non viene eseguito un innesto osseo;
- su follow-up molto lunghi (oltre i 5 anni), alcuni studi segnalano un leggero aumento dei fallimenti negli impianti più corti, ma con valori comunque elevati di successo clinico.
In altre parole, i tassi di successo degli impianti corti sono oggi considerati molto buoni e, nella maggior parte dei casi, clinicamente paragonabili a quelli degli impianti standard, soprattutto quando:
- la pianificazione è accurata;
- l’occlusione viene gestita per evitare sovraccarichi;
- il paziente mantiene una buona igiene orale e segue i controlli periodici.
Vantaggi degli impianti corti
I principali vantaggi degli impianti corti possono essere riassunti così:
- Minore invasività chirurgica: è necessario rimuovere meno osso, con un trauma ridotto per i tessuti;
- Riduzione degli innesti: in molti casi non è necessario ricorrere a rialzo del seno, grande rigenerazione ossea o trasposizione nervosa;
- Tempi più brevi per la riabilitazione complessiva;
- Buoni tassi di successo, comparabili agli impianti standard in molti studi;
- Possibilità di trattare pazienti che altrimenti rinuncerebbero a interventi troppo complessi.
Per il paziente questo si traduce, spesso, in meno sedute chirurgiche, minor rischio di complicanze post-operatorie e un percorso psicologicamente più gestibile.
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1. Tabella Riassuntiva (User Experience)
Per facilitare la consultazione rapida, specialmente da mobile, inserirei una tabella di confronto:
| Caratteristica | Impianti Corti | Innesto Osseo + Impianti Standard |
|---|---|---|
| Numero di interventi | Solitamente uno | Due o più |
| Tempi di guarigione | 3-4 mesi | 6-12 mesi |
| Invasività | Minima | Moderata/Alta |
| Costo complessivo | Generalmente inferiore | Superiore (chirurgia extra) |
| Ideale per… | Zone posteriori (poco osso) | Zone estetiche o atrofie estreme |
Il consiglio del chirurgo — dott. Giuseppe Genzano
Quando parliamo di impianti corti, molti pazienti pensano che la lunghezza sia l’unico fattore decisivo. In realtà, nei casi giusti, il parametro che fa davvero la differenza è il diametro.
Un impianto corto, infatti, viene spesso progettato con una forma leggermente più “larga” per aumentare la superficie di contatto con l’osso (Bone-to-Implant Contact — BIC). Questo permette di compensare la minor lunghezza e di ottenere una stabilità primaria eccellente, fondamentale soprattutto nelle fasi iniziali di guarigione.
La scelta del tipo di impianto non è mai casuale: valutiamo densità, anatomia, carichi masticatori e obiettivi protesici. Solo così possiamo decidere se un impianto corto è davvero la soluzione più sicura e duratura per quel singolo paziente.
Limiti e quando gli impianti corti non sono la scelta migliore
Nonostante i numerosi vantaggi, gli impianti corti non sono sempre la soluzione ideale. Alcuni limiti riguardano:
- forti richieste estetiche nella zona anteriore: se l’osso è poco e non viene rigenerato, le corone potrebbero risultare troppo lunghe e poco naturali;
- carichi masticatori elevati (bruxismo, serramento), dove è necessario un attento controllo dell’occlusione e, talvolta, un numero maggiore di impianti;
- situazioni in cui l’osso è non solo basso, ma anche molto sottile o di pessima qualità: in questi casi può essere comunque consigliabile una rigenerazione;
- follow-up molto lunghi in pazienti giovani, nei quali si può valutare un approccio più tradizionale con aumento osseo per dare il massimo supporto possibile nel corso della vita.
In altri casi, la decisione è “mista”: si possono associare impianti corti in alcuni settori e innesti ossei limitati in altri, trovando il giusto equilibrio tra stabilità, estetica e invasività.
Impianti corti: cosa chiedere al proprio implantologo
Se ti è stato proposto l’utilizzo di impianti corti, alcune domande utili da porre al tuo implantologo possono essere:
- Perché nel mio caso consiglia impianti corti invece di una rigenerazione ossea?
- Quali sono i tassi di successo attesi nel mio specifico quadro (qualità ossea, età, abitudini)?
- Esistono alternative chirurgiche più invasive e quali sarebbero i loro pro e contro?
- Come verrà gestito il carico masticatorio (numero di impianti, tipo di protesi, eventuali bite di protezione)?
- Che tipo di manutenzione e controlli saranno necessari per mantenere gli impianti nel tempo?
Capire bene perché si sceglie una soluzione invece di un’altra ti aiuta a vivere l’intervento con maggiore tranquillità e a partecipare attivamente alle decisioni terapeutiche.
Alternative agli impianti corti se non c’è abbastanza altezza dell’osso
Gli impianti corti sono una soluzione efficace quando l’osso è ridotto in altezza ma mantiene un buon volume e una discreta qualità. Tuttavia, in alcune situazioni l’osso residuo è talmente limitato da non garantire stabilità e sicurezza. In questi casi, per ripristinare una base adeguata all’inserimento implantare, il chirurgo può valutare diverse tecniche ricostruttive, con l’obiettivo di aumentare la quantità di osso disponibile e rendere il trattamento prevedibile nel tempo.
Una delle opzioni più utilizzate è la rigenerazione ossea guidata, che prevede l’impiego di biomateriali e membrane per favorire la neoformazione di osso attorno al sito implantare. Nei settori posteriori del mascellare superiore, quando il seno mascellare scende e riduce lo spazio utile, si può ricorrere al rialzo del seno mascellare, tecnica che permette di aumentare l’altezza ossea in modo graduale e controllato. In altri casi, quando i volumi sono gravemente compromessi, possono essere necessari innesti ossei prelevati dal paziente o da fonti alternative, allo scopo di ricostruire una base anatomica stabile.
Un’ulteriore possibilità, in casi selezionati, è rappresentata dagli impianti zigomatici o da approcci che sfruttano porzioni di osso più lontane dalla zona atrofica. Queste soluzioni richiedono competenze avanzate e una pianificazione accurata, ma consentono di riabilitare pazienti che, altrimenti, non potrebbero ricevere impianti convenzionali.
È importante comprendere che ogni tecnica presenta benefici e limiti. Le procedure ricostruttive permettono di ottenere un risultato più naturale dal punto di vista estetico e funzionale, ma comportano tempi di guarigione più lunghi, una maggiore invasività e un rischio più elevato di complicanze post-operatorie rispetto agli impianti corti. Per questo motivo, la scelta non è mai “automatica”: il clinico valuta attentamente salute generale, qualità dell’osso, aspettative estetiche e disponibilità del paziente ad affrontare interventi più complessi.
In conclusione, quando non c’è sufficiente altezza ossea, esistono valide alternative agli impianti corti. Decidere quale strada intraprendere significa bilanciare sicurezza chirurgica, durata nel tempo, invasività e qualità del risultato finale. Un inquadramento accurato, supportato da diagnostica 3D e da una discussione chiara con il paziente, permette di individuare il percorso più adatto — evitando rischi inutili e puntando a una riabilitazione stabile e armonica.
Quanto costa mettere gli impianti corti in Italia
Capire quanto costa mettere gli impianti corti in Italia è fondamentale per valutare con serenità il proprio percorso terapeutico.
In media, il costo complessivo di un impianto corto completo — quindi vite implantare, moncone e corona definitiva — varia generalmente tra €1.700 e €3.000 per dente.
La sola fixture (l’impianto in titanio) può oscillare tra €800 e €1.500, il moncone tra €200 e €400, mentre la corona protesica definitiva si colloca di solito tra €700 e €1.200. A questa cifra possono aggiungersi gli esami diagnostici necessari, come radiografie e CBCT 3D, che nella maggior parte dei casi hanno un costo compreso tra €100 e €300.
È importante sottolineare che gli impianti corti risultano spesso più convenienti rispetto alle riabilitazioni con innesto osseo e impianti standard — che possono superare i €3.000–€4.000 per singolo sito — perché riducono il numero di interventi e i tempi di guarigione. Il prezzo finale, tuttavia, dipende sempre da fattori individuali come qualità dell’osso, numero di impianti necessari, eventuali parafunzioni (come il bruxismo) e complessità chirurgica.
Per questo è essenziale ricevere un preventivo personalizzato, trasparente e spiegato nel dettaglio, così da scegliere la soluzione più sicura e duratura per la propria bocca.
Vuoi approfondire: Quanto costano gli impianti dentali
A chi rivolgersi per mettere gli impianti corti
Scegliere di affidarsi agli impianti corti significa spesso poter ottenere denti fissi anche in presenza di poco osso, evitando interventi ricostruttivi più lunghi e invasivi. Proprio per questo, però, è fondamentale rivolgersi a un centro che abbia esperienza specifica nella gestione dei casi con ridotta altezza ossea e che sappia valutare quando gli impianti corti sono davvero la soluzione migliore e quando, invece, è più prudente optare per altre strategie.
Alla Clinica Ireos Dental di Firenze, il riferimento per questo tipo di trattamenti è il dott. Giuseppe Genzano, medico odontoiatra con esperienza in implantologia avanzata e riabilitazioni complesse in pazienti con atrofia ossea. L’approccio non è mai “standard”: prima di proporre gli impianti corti, il dott. Genzano esegue una valutazione approfondita, che comprende visita clinica, radiografie mirate e, quando necessario, CBCT 3D per analizzare nel dettaglio altezza, spessore e qualità dell’osso residuo.
Sulla base di questi dati viene definito un piano di cura personalizzato: in alcuni casi gli impianti corti rappresentano la scelta ideale per ripristinare in modo sicuro la funzione masticatoria nei settori posteriori, riducendo al minimo la necessità di innesti; in altri, può essere consigliata una combinazione di impianti corti e tecniche rigenerative mirate, per ottenere il miglior equilibrio tra stabilità, estetica e durata nel tempo. L’obiettivo è sempre quello di garantire non solo un impianto “integrato”, ma una riabilitazione che funzioni bene nella vita quotidiana, dal mangiare con sicurezza al sorridere senza timori.
Affidarsi a Ireos Dental significa anche essere seguiti nel tempo: controlli programmati, istruzioni chiare su igiene e manutenzione degli impianti, monitoraggio dell’occlusione per evitare sovraccarichi sono parte integrante del percorso. Se ti è stato detto che hai “poco osso” e stai cercando una soluzione meno invasiva rispetto ai grandi innesti, una visita con il dott. Giuseppe Genzano presso la Clinica Ireos Dental di Firenze può aiutarti a capire se gli impianti corti sono davvero adatti al tuo caso e quali risultati puoi realisticamente aspettarti.
Se vuoi mettere gli impianti corti, puoi contattare la Clinica Ireos Dental al numero +39 370 3655374 oppure scrivere a info@clinicaireos.com.

Medico Chirurgo e Odontoiatra si è laureato all’università di Firenze. Iscritto all’ordine dei medici di Firenze con iscrizione nr. FI-167 si occupa nella pratica clinica di implantologia e ortodonzia digitale.


